venerdì 9 settembre 2011

A proposito del World University Rankings


Articolo del nostro Senatore accademico Pietro Virtuani, pubblicato anche su runonline.it Passata sotto silenzio, perché giustamente coperta dalle notizie allarmanti sullo stato dei nostri conti pubblici e da quelle, disarmanti, sui provvedimenti economici che il governo propone e smentisce a sorprendente velocità, è uscita in questi giorni la QS World University Rankings, la principale classifica delle università internazionali, redatta dalla società Quacquarelli Symond. La classifica è effettuata sulla base di sei criteri ai quali viene attribuito un peso diverso: “Academic reputation” vale il 40%, che per semplificare consiste nel verificare quanto una università sia conosciuta e citata dalle altre università nei rispettivi ambiti di ricerca di ogni facoltà, “Employer reputation” il 10%, ossia quanto gli studenti usciti da quella università trovano facilmente lavoro, “Citation per faculty” il 20%, cioè quanto le pubblicazioni provenienti da quella facoltà vengono riprese e citate altrove, “Faculty student” è il giudizio degli studenti e vale il 20%, infine “International” vale complessivamente il 10% ed è divisa a metà tra gli studenti e il corpo docenti. Premesso questo, se andiamo a vedere come si collocano le università italiane, vediamo una performance complessivamente mediocre: solo l'Università di Bologna è nelle prime 200 e precisamente 183°,' seguita da La Sapienza 210°, Padova 263° e Milano 265°. Le università valutate sono circa 2900. La classifica è dominata dalle università inglesi e americane, che contano ben 18 università tra le prime 20. Viene subito in mente il fattore linguistico: grazie alla diffusione dell'inglese, le Università anglosassoni sono più facilmente frequentabili per gli stranieri che vogliono studiare all'estero; ma soprattutto, le loro pubblicazioni, tutte rigorosamente in quella che è la lingua franca dei nostri tempi, sono tutte accessibili e facilmente riprese ovunque. Per questo, dominano la classifica. Ma sarebbe un approccio modesto ricondurre tutto al mero fattore linguistico: i paesi asiatici, come Cina Giappone e Corea, o gli altri stati europei, come Danimarca, Francia, Svezia, Germania, madrelingua inglese non sono. Inoltre, molta ricerca, soprattutto quella di ambito scientifico, è ormai internazionalmente in inglese. Queste classifiche in genere vengono lette in due modi: o per dimostrare che la nostra università è pessima e quindi si spera che il governo insista con la riforma (si legge “tagli”) per cambiarla (il Ministro Gelmini che a riprova ha citato i pochi piazzamenti positivi, come il Politecnico di Milano entra per la prima volta nelle Top 50 Università della tecnologia) oppure per dire che il governo ha fallito e i “tagli” non hanno funzionato a dovere (chi l'avrebbe mai detto!?)... Noi preferiamo invece provare ad andare più a fondo e vedere meglio che cosa evidenzia nello specifico questa classifica anche in relazione ad altri indicatori e statistiche sull'università italiana. In Italia le tasse universitarie sono tra le più alte d'Europa: oltre a noi, solo Paesi Bassi, Inghilterra e Portogallo hanno tasse per gli studenti che superano i 1100 euro. Questo si aggiunge al drastico taglio del governo alle borse di studio, la cui spesa è passata in un anno da 246 milioni (che comunque non coprivano tutti gli aventi diritto) a 76 milioni. Non si può certo dire che viviamo in un paese che offra molte opportunità a tanti studenti universitari. Ma nonostante questa situazione, l'Università italiana tiene. La ricerca italiana è sempre nelle prime dieci posizioni per numero di citazioni, nonostante la nostra Università, come dicevamo, non solo attrae pochi cervelli stranieri, ma ne perde pure tanti di propri, e soprattutto senza Diritto allo studio, evita di dare a molti la possibilità di inserirvisi. Nonostante tutto ciò appunto, e nonostante abbiamo una percentuale di PIL impiegata in ricerca e sviluppo minore degli altri paesi (come Inghilterra e Francia, oltre che gli Stati Uniti...). Considerati questi fattori, vediamo che i principali problemi dell'Università Italiana non sono quelli che segnala il governo che riprende la vulgata neoliberista: alzare le tasse e premiare esclusivamente la meritocrazia (che senza eguali diritti di partenza, è un concetto svuotato). Noi abbiamo bisogno di un paese che creda in sé stesso e quindi anche nella ricerca che produce, che potenzi e non tralasci i settori in cui può essere forte, che faccia investimenti per raccogliere tra qualche anno e non solo il prossimo mese; abbiamo bisogno di uno Stato che riscopra la grande importanza dell'uguaglianza sociale, e da questa si impegni, più di quanto avesse fatto prima, per garantire il diritto a poter studiare per chi vuole davvero farlo, indipendentemente dall'averne i mezzi o meno. E poi abbiamo bisogno di una università che sappia ripensare sé stessa, coinvolgendo per primi gli studenti, innovando i suoi metodi di insegnamento. Premiare la meritocrazia e l'eccellenza non è solo assegnare borse di studi extra, ma è anche consentire agli studenti (che arrivati all'università stanno oramai da 13 anni dietro i banchi, e alla specialistica da ben 16!) di svolgere un ruolo più attivo e partecipe, non solo ricettivo. Dove è possibile e sensato, dinamizzare il sapere, partecipare alla lezione, elaborare contenuti e prospettive proprie con cui arricchire la tradizionale lezione frontale, dovrebbe essere una prassi da consolidarsi all'Università e alla Laurea Magistrale, non una specie di sogno un po' visionario. E poi bisogna affrontare il problema della scarsa internazionalizzazione della nostra Università. Ci troviamo ad avere un governo che pensa ad Università fruibili solo dagli abitanti della regione della stessa, ma l'Università deve essere proprio l'opposto: un luogo in cui persone con storie e provenienze molto diverse possono accedervi e misurare le proprie capacità e la propria voglia di sapere al servizio di sé e della comunità. L'Italia oggi giorno attira molti pochi studenti stranieri e docenti: affrontare questo problema, interrogandosi sulle cause che lo hanno generato e sulle proposte che lo possono risolvere, ci farebbe fare un grande passo in avanti nella classifica di cui dicevamo, oltre ad animare le nostre università con culture e lingue diverse: rendendole un po' più “università”. Pietro Virtuani, SA Università degli Studi di Milano
FONTI: http://www.corriere.it/cronache/11_settembre_05/universita-italiane-classifiche_0d545b2e-d7dd-11e0-af53-ed2d7e3d9e5d.shtml
http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2011?page=1
http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/tasse-universitarie-fatti-miti-e-ideologia

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